Internet e letteratura: inizio o fine dell'esperienza?
di Renato
Nisticò
L’intervento qui riprodotto, consta di due parti.
La prima, più aderente a una problematica di tipo bibliotecario, consisterà
nella presentazione vera e propria delle pagine dedicate alle "Risorse
internet per la letteratura"; la seconda invece, avrà uno sfondo maggiormente
teorico e toccherà, in generale, le problematiche relative al rapporto fra l’informatica
e lo stato degli studi letterari.
Ia parte: Descrizione
delle "Risorse internet per la letteratura" della SNS
La premessa ovvia alla messa in opera di uno
strumento come quello che presentiamo oggi pomeriggio, è l’esistenza dello spazio
virtuale del Web al quale i bibliotecari, come specialisti della intermediazione
biblio-catalografica, non possono più rimanere indifferenti. Alla base di questa
nostra impresa c’è dunque un impulso "d’ufficio" (l’adempimento di
un dovere al quale si è chiamati), ma anche il desiderio di occupare uno spazio
culturale, politico in senso lato, nel campo della mediazione bibliografica
e non solo.
La prima impressione è che si stiano creando
delle nuove fattispecie nel campo testuale e bibliografico; le quali, proprio
perché costituiscono "novità" devono essere affrontate con uno spirito
che sia di servizio e critico al tempo stesso.
Un’altra premessa scontata è di tipo organizzativo.
Tali strumenti, data la natura specifica dell’ambito nel quale vengono creati,
il Web, non possono più rispondere, al pari di analoghi strumenti in campo cartaceo,
a criteri di esaustività. Al contrario essi traggono senso proprio dall’essere
continuamente in progress, modificati e vivificati dalla tensione convergenti
dei gestori e dell’utenza. Da questo punto di vista, sono già abbastanza confortato
perché ancora prima che questo sito venisse ufficialmente varato ho ricevuto
personalmente sia critiche sia osservazioni (e questo era scontato) sia moltissimi
suggerimenti, e questo era meno scontato: il che dimostra che l’interesse di
una certa comunità è vivo e conforta il nostro lavoro. Inoltre, significa che
ben presto ci troveremo a dover modificare qualcosa nella struttura di queste
pagine, proprio sulla spinta di tali osservazioni e suggerimenti. Non c’è dubbio
che la qualità di uno strumento del genere si misurerà sulla capacità di tenerlo
aggiornato sulle esigenze di un’utenza vasta e variegata.
Passiamo ora alla descrizione della nostra pagine,
cui sarà alternata qualche considerazione di carattere più generale.
Descrizione della Collezione di letteratura
Le prima pagina è anzitutto sormontata da una
sorta di premessa metodologica:
«Questa pagina intende offrire un approccio
iniziale a chi voglia reperire informazioni disponibili sulla Rete telematica
in ordine allo studio e alla divulgazione della letteratura italiana e, per
complemento, a più generali questioni di critica e teoria letterarie coinvolgenti,
di scorcio, anche il settore degli studi comparatistici. […] La pagina si rivolge,
in prima istanza, sia agli studiosi esperti della disciplina sia a chi inaugura
il suo cursus di studente di letteratura, ma anche, in secondo ordine, alle
persone curiose delle risorse e delle nuove opportunità offerte da internet
nel campo dello studio, della fruizione e della produzione di letteratura».
Direi che soprattutto quest’ultimo periodo ci
può aiutare a entrare nello spirito con il quale le pagine sono organizzate.
Da una parte, il necessario focus sull’utenza, che, dato l’ambiente Web, bisogna
considerare tipologicamente varia, sia dal punto di vista dello status che da
quello dei bisogni; e dall’altro, la non meno fondamentale origine istituzionale
del nostro servizio, che è quella di un collegio universitario molto prestigioso,
di alto livello formativo. Punto di riferimento obbligato sono dunque gli utenti
primari, docenti e discenti della nostra Scuola. Ciò determinerà una sorta di
carattere binario di queste risorse, le cui scelte devono essere dettate, in
prima istanza, da esigenze istituzionali e dall’altra invece adeguarsi al principio
della libera ricerca e della estensione della produzione-ricezione delle risorse
internet al di fuori del solo ambiente accademico.
Nella parte generale è anzitutto predisposta
una serie di link. Il primo è alla Collezione di Letteratura, nelle cui pagine
troviamo una descrizione, ovviamente sommaria, del nostro posseduto. Essa ne
mette in luce l’organizzazione per vaste aree disciplinari e di studi. La collezione
è ripartita fra un’area riguardante la letteratura in generale, (la sua teoria,
gli indirizzi e le metodologie critiche, gli strumenti di base, i manuali retorico-metrici,
le enciclopedie e le opere generali in più volumi, le bibliografie e le antologie);
e una seconda area concernente la letteratura italiana in particolare, organizzata
per autori, seguiti dai saggi critici. All’interno, alcuni link fanno accedere
alle informazioni sui tre fondi privati da noi ospitati, cioè quelli di Michele
Barbi, di Francesco Flamini e di Paul Oskar Kristeller; e anche all’estrazione
dell’elenco, gestibile ipertestualmente, delle riviste di letteratura da noi
possedute. Un servizio, questo, curato da Stefania Manzi, coordinatrice del
Web di biblioteca, che ha lavorato insieme a me a queste pagine. Dal titolo
di ogni periodico ci si può connettere direttamente al record catalografico;
realizzando almeno in parte quella integrazione tipica del Web fra rete (con
orientamento all’accesso) e catalogo vero e proprio (con orientamento al possesso),
di cui in molti stanno parlando in vista di una realizzazione diffusa. Lo ha
fatto ad esempio Riccardo Ridi al Convegno sulle "Risorse elettroniche"
di Roma del 2001, poi ripreso da Stefania Manzi ed Enrico Martellini (S.
Manzi, E. Martellini, Alcune riflessioni in margine al convegno «Le risorse
elettroniche», Roma, 26-28 novembre 2001, ora pubblicate in “Archivi &
computer”, XI; 3, 2001, pp. 269-281)
Quindi ci si potrà collegare al nostro Catalogo,
e a quelli delle biblioteche italiane e straniere ; o più in generale ci si
potrà servire degli Strumenti per la ricerca in Internet messi a disposizione
sulla pagina Web della Biblioteca. Un link, sempre predisposto dalla collega
Manzi, permetterà poi di accedere alle indicazioni bibliografiche, utili a completare
le informazioni su queste risorse, suddivise per disciplina. Infine, abbiamo
i link a un portale di interesse bibliografico generale come Alice.it : il libro
nella rete e a un elenco di Editori italiani in rete.
Veniamo ora alla descrizione delle Risorse
vere e proprie, con una piccola premessa generale.
Uno strumento come questo non è nuovo solo per
la sua dimensione internettistica. Esso rappresenta anche, come vedremo, una
precisa realtà testuale, con specifiche valenze simbolico-culturali. Una delle
sue caratteristiche salienti, di nuova fattispecie, è che riunisce in un solo
luogo virtuale realtà di fatto diverse: il posseduto (libri fisicamente intesi,
ma anche pubblicazioni on-line); le informazioni bibliografiche generali; l’indicazione
di strumenti non in linea, come i Cd-rom; il collegamento con altri siti, che
in taluni casi riconnettono a specifiche attività, e dunque a persone o enti
e alle relazioni fra gli stessi, tutti facenti capo al "campo letterario",
per dirla con Bourdieu. Essi rappresentano a loro volta entità diverse: associazioni
disciplinari, progetti di ricerca, comunità virtuali, etc. Tanto l’ambiente
cui facevano riferimento i vecchi strumenti bibliografici era un luogo chiuso,
tendente all’enciclopedia; quanto questo è un luogo aperto, reticolare, tendente
semmai alla dispersione entropica.
Eccoci dunque ora al "subject gateway"
vero e proprio, se uso correttamente questo termine; il quale ha una sua organizzazione
interna.
Per quanto riguarda in generale la scelta dei
siti da destinarvi, ho operato con gli ovvi criteri di stabilità, affidabilità
e regolarità nell’aggiornamento; seguendo anche, ma con parsimonia, quella che
Ridi considera una buona regola d’orientamento, cioè di ritenere affidabili
siti verso i quali convergono molti link (Riccardo Ridi, La qualità del web della biblioteca come equilibrio tra forze
centrifughe e centripete, «Biblioteche oggi», settembre 2000, pp. 50-61).
Per quanto riguarda invece la gerarchia delle
segnalazioni di URL, o meglio la gerarchia delle sezioni nelle quali le ho ordinate,
non mi sono lasciato guidare da un criterio preventivo, che non fosse l’orientamento
in prima istanza verso l’istituzione e poi verso l’utenza più vasta, come già
nelle Premesse, e, inoltre, quella sorta di risorsa aggiunta che mi offriva
la personale "competence" in discipline letterarie a livello postuniversitario.
Ciò mi potrà consentire di abbozzare anche un rilievo ex post dei criteri, magari
inconsci, da me adottatti (esistono sempre dei criteri anche quando si scrive
un semplice elenco). Cercherò di commentarli, fra le righe, dal punto di vista
delle dinamiche culturali e delle politiche di mediazione bibliografica.
Il criterio in base al quale sono state redatte
le didascalie, le brevi informazioni/commenti che accompagnano le URL, non è
stato quello di una precisa formalizzazione, riferibile a uno standard descrittivo;
esse esprimono piuttosto in forma discorsiva le impressioni salienti suscitati
dalla loro visita, e sono state improntate, per quanto è possibile, a sobrietà.
Le indicazioni sulla regolarità o sulla cronologia assoluta dell’aggiornamento
emergono solo in caso negativo (ovviamente, il fatto che un sito sia presente
testimonia del suo obiettivo interesse, dunque anche a prescindere dall’aggiornamento).
Le didascalie tentano di non rispecchiare giudizi di valore, per quanto è possibile,
ma cercano piuttosto di fornire indicazioni utili all’utente. Per orientarmi
attorno al livello della domanda dell’utente potenziale, volendo definirne alcuni
tratti identificativi, e non potendo avere dati certi a proposito, ho fatto
ricorso a un ibrido presente di certo nella mia mente, una specie di
ominide di Frankstein informatico-disciplinare, se così posso esprimermi umoristicamente,
le cui caratteristiche si estendono da un grado di scolarizzazione superiore,
a una cultura specialistica nelle discipline, con qualche implicita competenza
informatico-internettistica.
La mancata definizione di un reale utente di
queste pagine (quello che un tempo si sarebbe detto il "suo pubblico")
ci porta dritti al problema fondamentale rappresentato dal fatto che non si
è ancora formata una vera e propria comunità intellettuale nel Web; e che il
rapporto fra le istituzioni, la didattica/ricerca e il Web è ben lungi dall’essere
definito. Esso non possiede ancora un suo apprezzabile protocollo, ed è lasciato
sostanzialmente ad iniziative per lo più spontanee e volontaristiche. In questa
situazione la confusione possibile nel Web fra prodotto di profonda acribia
intellettuale e offerta di scarso livello, viene giustamente indicata da Eco
come un pericoloso sconvolgimento della geografia mentale nella storia umana
( P. Claesson – K. Billinghurst, Intervista con Umberto Eco: le notizie
sono troppe, imparate a decimarle, in «Telèma 4», in rete all’indirizzo:
http://www.fub.it/telema//TELEMA4/Telema4.html;
citata da Cadioli, p. 139, nota n. 30).
Tuttavia sono rischi che vanno corsi. Direi
anzi che essi sono impliciti nell’uso del presente mass-medium, il cui statuto
è perfettamente in linea con l’evoluzione postmoderna degli assetti socio-culturali
planetari; in riferimento ai quali vogliamo rimarcare soltanto almeno l’abbattimento
fra i livelli high-, middle e lowbrow in ambito culturale. Tuttavia da essi
ci si può difendere tramite politiche di controllo giudiziosamente rigorose.
Allo stato attuale dei fatti era impossibile non rimanere a metà del guado,
con un occhio all’istituzione e con l’altra al virtuale sconfinamento della
rete.
È stata proprio la natura "centrifuga"
del Web, a imporre in qualche modo la scelta di aprire a settori di attività
extrauniversitarie (sono presenti ad esempio siti scolastici, o di privati cittadini),
come il mondo dell’editoria e della cosiddetta "creatività" all’interno
della "Rete". Essa deve essere inteso come uno spazio aperto al continuo
modificarsi del campo letterario, al mondo, all’esperienza vissuta o Erlebniss,
per usare un termine altisonante: attento cioè a recepire le istanze che emergono
dalla società in cui opera quella intellettualità diffusa che è terreno di coltura
e di dialettico confronto dell’università stessa. Una "imposizione"
in un certo modo stimolante.
Vediamo dunque più da presso qualcuno di questi
criteri, rivelabili ex post, che hanno ispirato il disegno dell’"albero"
delle risorse.
Ho posto all’inizio i "siti generali"
di italianistica italiani, e poi quelli stranieri (dando dunque maggior rilievo
a un criterio territoriale, nazionalistico), quindi ho messo i Testi. Non mi
pare, questo, un concetto neutro: in verità nasconde un pregiudizio, che evidentemente
io stesso coltivo, della maggiore importanza del contesto istituzionale rispetto
al presunto oggetto di questi studi: i testi letterari.
Di seguito ho messo i Testi on line. Poi,
le riviste, (che sono pubblicazioni miste di testi e di letteratura secondaria);
e quindi i siti dedicati ad "Autori classici e ad autori contemporanei".
La suddivisione rispetta l’andamento del canone della letteratura italiana diffuso
all’estero, dove la nostra "fortuna" letteraria è ancora legata a
Dante, Boccaccio, Machiavelli, e pochi altri; oggi magari aggiornata su qualche
contemporaneo come Calvino, Pasolini, Eco, Tabucchi . Anche questa fattispecie,
contestualizzando i testi in una cornice critico-divulgativa, resta sospesa
fra letteratura primaria e secondaria. Non c’è nessuno di questi siti che non
sia nato con l’intento, quasi mai sotterraneo, di estendere a un largo pubblico
ciò che, nell’ideologia diffusa, risultava chiuso nelle università, nelle scuole,
nelle biblioteche, perfino nei libri, che sono stati percepiti in passato come
una sorta di bunker e non come agenti della libera circolazione delle idee.
L’intento è nobile, ma andrebbe tarato forse su degli standard di affidabilità
e di editing meno incerti per il fruitore.
Quindi di seguito abbiamo i "Siti collettivi
di autori italiani", "Critica e teoria della letteratura", "Riviste
di teoria e critica", "Letterature comparate".
Con queste tre ultime categorie di siti entriamo
in un ambito di riflessione attorno alla struttura e ai destini di quello che
abbiamo definito il "campo letterario". Non più solo testi, dunque,
eventualmente immagliati in cornici di commento, ma riflessioni meta-letterarie.
Se ne deduce che anche nel Web c’è spazio per l’aspetto critico, e non solo
per la riproduzione testuale. Tuttavia bisogna rimarcare da subito che non c’è
in questo campo lo stesso livello di attenzione, di approfondimento, di specializzazione
che esiste per il "semplice" rapporto fra strumento elettronico e
riproduzione/trasmissione dei testi. Questo gap non mi pare appianato neanche
nel mondo delle "liste di discussione", poco calmierate e pronte,
soprattutto nel mondo anglosassone, a confondersi con quell’universo ancora
così poco esplorato da noi che sono i "cultural studies" nello studio
della letteratura, e che presuppongono un abbattimento dei confini disciplinari.
Dalle ultime cose dette potrebbe risultare
che, almeno finora, il Web, più che lo spazio di una comunità, si è rivelato
essere uno spazio per l’autorità, dove sono prevalse politiche di imposizione
del canone etc., in luogo di una libera elaborazione di contenuti nuovi. In
tutti questi anni infatti non mi pare che siano venute dal mondo della rete
idee nuove per lo studio e la divulgazione della letteratura; idee, in questo
campo, "critiche".
Legata alla letterature comparata è la sezione
dei "Temi specifici", relativa a quella frontiera della critica contemporanea
che è la "thematics" o "thematology" di area anglosassone.
Abbiamo quindi "Siti didattici", "Supporti interdisciplinari",
"Strumenti per la ricerca", "Fonti", e "Organizzazioni"
Queste ultime sono da considerarsi sezioni di
contorno, di nuovo orientate verso l’aspetto istituzionale, per quanto riguarda
sia la didattica sia la ricerca sia appunto l’attività specifica di associazioni
dedicate alla cura di aspetti particolari delle discipline.
Vengono poi "Letteratura creativa"
e "Premi letterari".
In queste ultime sezioni il pendolo oscilla
di nuovo verso la sponda testuale, in questo caso fuori dall’ombrello protettivo
della tradizione. Con esse entriamo dentro al fenomeno della esplosione della
cosiddetta "libera espressività" in Rete, dove il lavoro del mediatore
istituzionale si fa infinitamente più difficile perché sconfina spesso con quello
della critica militante, e in taluni casi può dare sfogo a semplice declinazione
del gusto; sempre perniciosa, per il mediatore bibliografico.
Si può immaginare che forse un giorno si arriverà,
se non proprio a formalizzare, quanto meno a confortare di "avvisi ai naviganti,
come li definisce Cadioli, le segnalazioni di siti che offrono produzione e
consumo di letteratura. Gli stessi istituti universitari ne sono incuriositi:
qualche tempo fa una rivista dell’Università di Casino mi aveva proposto di
scrivere una sorta di piccola guida sui siti di narrativa e poesia in rete.
Segno che c’è un interesse e che si presume possa darsi in un futuro magari
neanche troppo lontano una "accademizzazione" del Web.
Per concludere questa prima parte, osserveremo
dunque che l’albero informatico di cui consta lo strumento "Risorse internet
per la letteratura" in forma di ipertesto, forse per effetto dell’opposizione
fra forza centrifuga del Web e forza centripeta dell’organizzazione universitaria,
si è venuto disegnando secondo una forse virtuosa alternanza fra testi e ambiti
disciplinari, fra istituzioni e spunti critico-tematici; fra conservazione/tradizione
e innovazione/creazione .
IIa parte: Considerazioni
su internet e letteratura
Comincerò con un ricordo della mia esperienza
di dottorando in scienze letterarie. All’Università della Calabria qualche anno
fa venne Luca Toschi a presentare quello che allora era da considerare uno dei
primi esempi italiani di informatica umanistica applicata e cioè il cd-rom con
l’edizione delle opere di Carlo Goldoni. Fra le tante cose detta dal prof. Toschi
ce ne fu una che mi colpì molto. Egli giustificava in quella sede il suo ricorso
a questi strumenti per una sopraggiunta noia rispetto ai tradizionali metodi
di analisi diffusi nell’italianistica. Vediamo, egli disse, se il computer non
ha qualcosa da insegnarci, e da suggerirci per rendere più viva la nostra professione.
Era un atteggiamento secondo me sintomatico.
Dietro il rapporto fra internet e letteratura c’è un’ansia di rinnovamento
della disciplina di studio, come se dall’apporto dello strumento tecnologico
possa dipendere una qualità diversa del rapporto di studio. Alla base però mi
sembra di poter rintracciare delle cause e una continuità storiche con alcune
vicende della disciplina.
Dal punto di vista di un’ecologia della lettura,
la fruizione dei testi letterari on line non equivale alla stessa cosa rispetto
alla lettura sul cartaceo solo cambiato lo strumento. Quando mi accingo a leggere
on line, lo faccio con il presupposto psicologico-culturale di un imprinting
tecnologico (di tutto un mondo produttivo e di un apparato tecnico-scientifico),
che si traduce in autorità, e che mi sostiene e mi autorizza, appunto, a svolgere
l’attività che sto imprendendo. È un dato di fatto che, come avviene per qualsiasi
altro settore delle attività umane nel mondo contemporaneo, mi aspetto dalla
tecnologia anche una semplificazione/velocizzazione dei miei processi di studio,
di lettura, di decodifica dei messaggi. Questa "aspettativa di semplificazione"
è condivisa con l’emittente dei messaggi o con l’organizzatore (come ad esempio
un curatore di una edizione di testi on line).
La velocità della macchina influisce
(asse della quantità) sull’esperienza della lettura (asse della qualità). Essa
infatti, come nel caso di un motore di ricerca interno a un’edizione di testi
(quella che viene detta la "funzione di analisi" di alcune codifiche
di opere e corpus elettronici; ad esempio il DBT creato da Eugenio Picchi),
accorcia brutalmente i tempi della lettura della ricerca; e cambia tutti i procedimenti
di memoria umani che hanno finora sorretto le operazioni della lettura personale
e della lettura critica di un testo. Queste ultime hanno talvolta assegnato
una specifica qualità, un’impronta personale, uno stile alle letture (esiste
uno stile di lettura oltre che di scrittura) che in qualche caso ha fatto, o
ha contribuito enormemente a caratterizzare una determinata voce critica. Si
pensi ad esempio al filtro della memoria nei Quaderni dal carcere di
Gramsci; ma anche, che ne so, a Mimesis di Auerbach, capolavoro della
critica novecentesca, che è stato scritto in una condizione coatta di impossibilità
di reperire testi, e dunque basandosi molto sulla funzione ordinatrice della
memoria.
I modi in cui la nostra memoria organizza/riorganizza
il sapere sono determinati psicologicamente, esistenzialmente e culturalmente.
Non sono neutrali, figli della "immacolata concezione", come direbbe
Starobinski. Ed è del tutto intuitivo affermare che quanto più si ingrossano
le memorie virtuali dei computer, tanto meno saranno attive le memorie individuali/collettive
che fino a ieri avevano regolato il funzionamento delle società umane. Non è
che la memoria scomparirà, ma verrà delegata ad alcune attività e procedure
specifiche, sarà de-antropizzata.
Mi sono sempre chiesto: se digito una stringa
sulla LIZ per capire quante volte un certo lemma è legato ad un altro ("cuore"
ad "orrore" ad esempio), sono sicuro che in caso di risposta positiva
– e dunque nel caso abbia una frequenza numerica in risposta – tutto ciò abbia
un significato critico, un significato cioè nel campo di quello che finora abbiamo
inteso come critica? Voglio dire: se qualcosa non è supportata dal presupposto
della umana esperienza, ma al contrario è filtrato da un qualcosa come un pensiero
oggettivo, una psiche della macchina, può dirsi atto critico, critico nel senso
che noi abbiamo sempre inteso?
La domanda rinvia naturalmente alla questione
della esistenza oggettiva del testo. Secondo le teorie testualiste in auge nella
critica letteraria da qualche decennio, il testo non appartiene all’autore (il
senso di ciò che ha creato spesso gli sfugge e gli viene sottratto nella interpretazione,
soprattutto postuma), né tanto meno al solo lettore ( i teorici del testo guardano
con sospetto a quest’eccesso ermeneutico-relativistico oggi così diffuso): il
senso appartiene al testo stesso, depositato a un livello oggettivo, e pertanto
afferrabile dal procedimento codificato della macchina (inutile ricordare che
questi livelli di lettura sono costruzioni intellettuali degli uomini: non esistono
davvero nella realtà, esattamente come non esistono "testi" in sé).
C’è dunque una chiara continuità fra teoria del testo, che ha improntato la
corrente, fino a poco tempo fa egemonica, degli studi strutturalistici e semiotici,
e studio informatico della letteratura. Non a caso questa è la seconda volta
che, a partire dalla seconda metà del secolo trascorso, gli studi letterari
chiedono aiuto alla scienza e alla tecnologia per uscire da una (presunta? davvero
importante?) crisi. È successo negli anni Sessanta-Settanta con lo strutturalismo
e in seguito con la semiotica; oggi accade con l’informatica.
Tuttavia la situazione oggi non è più questa;
e il pendolo della critica letteraria è tornato ad oscillare dalla parte del
lettore. L’estetica della ricezione ha messo in luce la fondamentale componente
della "concretizzazione" che ogni lettore compie su un testo, quasi
come riscrivendolo e attualizzandolo, di sicuro reperendone sensi nuovi alla
luce della sua storicità e dei suoi contesti ricettivi. Inoltre, si è sempre
più enfatizzato il concetto di "conflitto delle interpretazioni" di
un testo; e la pragmatica ha sancito che non esiste una realtà oggettiva del
testo, ma un suo continuo ri-uso attualizzante. Non viene più dunque accreditato
qualcosa come una inseità del testo, una strutturazione matematizzabile del
suo significato, che possa sostituire all’esperienza viva del lettore il procedimento
algoritmico della macchina. Anzi, per dirla tutta, non esiste un testo.
È proprio uno studioso di letteratura italiana,
un filologo come Raul Mordenti a ricordare che l’informatica umanistica, soprattutto
per quanto riguarda l’edizione dei testi, presuppone il passaggio dal concetto
di testo unico a quello di insieme di testi, stratificati storicamente, e che
stanno dunque in un rapporto l’uno con l’altro come varianti possibili. Scrive
Mordenti:
«se il nostro apparato di virtualità, interfer[isce]
di continuo ed in modo sempre diverso (ma sempre rigoroso) con i diversi testi
critici, ciò non porta forse il movimento del diasistema-lettura nel cuore stesso
del testo, spingendoci a contraddire e contrastare la sua invocata fissità (se
non a dubitare della sua esistenza?)» (Raoul Mordenti, Oltre il gesto della moglie di Lot: esperienze e proposte
di uso dell’informatica per l’edizione critica, in Récit et informatique
, citato in Alberto Cadioli, Il critico navigante. Saggio sull’ipertesto
e la critica letteraria, Genova, Marietti, 1998, p. 44, nota n. 60)
Come s’inserisce il bibliotecario in quanto
intellettuale della mediazione bibliografica in questo tipo di processi suggeriti
dalle nuove tecnologie?
Anzitutto, credo che dovremmo abituarci a leggere
questi processi, nel nostro piccolo, un po’ come hanno fatto i grandi storici
del libro, penso a uno Chartier o a un Darnton, con la storia dell’editoria
nel corso dei secoli; chiedendoci cioè quali siano i presupposti e le conseguenze
culturali di quelli che noi troppo spesso siamo portati a considerare quasi
meri atti burocratici. Cosa, e in che senso, stiamo coadiuvando a cambiare?
Concordiamo con questi processi?
Certo, qualcosa cambia. Ad esempio, secondo
Ridi (e credo che abbia ragione) gli hyperlink mettono in crisi le consolidate
distinzioni fra la bibliografia, il catalogo e la collezione. Si creano
non solo nuove fattispecie testuali e iper-testuali, ma si modificano anche
secolari processi istituzionali. Si offrono nuovi strumenti; ma si riscrivono
pure consolidate gerarchie all’interno dei protocolli che presiedono alla strutturazione
dei saperi. Sulla spinta della tecnologia, cambiano i nostri parametri mentali;
che a loro volta influenzeranno le domande e i bisogni cui la tecnologia deve
rispondere.
Avviene, nel nostro caso, ciò che prima non
era dato, con il solo ausilio dello strumento cartaceo. Come abbiamo già detto,
nel nostro "virtual reference desk" non troviamo solo l’aspetto bibliografico-catalografico
ma anche quello repertoriale: oltre a cataloghi (testi che mediano altri testi)
abbiamo testi nella loro veste diretta, ed illustrazioni di specifiche attività
umane, come nel caso delle organizzazioni che si occupano di determinati temi.
Inoltre rimandiamo a nostra volta a "subject gateways", a "portali"
dall’architettura molto complessa e sofisticata, come Alice che, come in un
gioco di scatole cinesi, permettono l’accesso ad altri ambiti e documenti del
mondo culturale. Per orientarci minimamente, potremmo utilizzare la bipartizione
di Francesca Tomasi, che ha curato la parte di informatica umanistica di un
recente manuale di filologia italiana. Ella sostiene a ragione che nel nel Web
e talvolta in uno stesso "subject gateway" possiamo distinguere monografie
ipertestuali ed archivi digitali (cfr. Francesca Tommasi, La
rete della filologia. L’edizione digitale e le banche date testuali: una rete
per l’italianistica, in: B. Bentivogli, Paola Vecchi Galli, Filologia
italiana, Milano, Bruno Mondadori, 2002).. In una stessa conformazione (iper-)testuale
troviamo così riunite due fattispecie culturali finora distinte.
La forma del repertorio elettronico modifica
dunque qualcosa nell’universo della ricerca bibliografica e della organizzazione
testuale dei metadati bibliografici, e nella soggiacente forma mentale che vi
attende. Direi che la caratteristica saliente dell’"ipertesto bibliografico"
risieda principalmente in quel riunificare in unico punto (quasi nella simultaneità)
ciò che era dislocato spazio-temporalmente. Rimane tuttavia ancora valida la
regola per cui questi processi, come tutto al mondo, continuano ad accadere
cronologicamente, in una successione-dispersione di spazi-tempi. Ciò che residua
inevitabilmente dal precedente universo testuale è che anche una pagina Web
è, in fin dei conti, lineare come un repertorio cartaceo, nel quale l’Indice
( i vari tipi di Indice, da quello generale-sommario a quello per nomi luoghi
e cose notevoli) ha svolto finora la funzione di Find propria del mezzo
informatico. L’apporto delle nuove tecnologie non si spinge dunque fino a rendere
privo di valore, ad esempio, uno dei principi-cardine dei precedenti ordinamenti
culturali, e cioè la gerarchia. Come abbiamo visto, nel progettare la struttura
di una pagina di risorse come la nostra, si pongono inevitabilmente problemi
di gerarchizzazione. Disporre i vari elementi delle pagine nell’ordine di scorrimento
dei tasti del mezzo informatico non è solo un fatto meramente visivo, ma direi
etico-funzionale. Come forse precedentemente soltanto nel caso della "bibliografia
ragionata", qui sono costretto a valutare criticamente i dati a disposizione,
tramite un’azione (anteporre, posporre) che ha sicuramente valore, o meglio,
una valenza di tipo culturale. Probabilmente esisteranno studi statistici su
questo, ma mi pare di poter dire in base alla mia esperienza di navigatore che
di un sito si consultano, si leggono, si "vedono" soprattutto i lemmi
superiori (nel senso fisico ma anche logico, della struttura ipertestuale).
Per cui, il principio di organizzazione gerarchico-lineare dell’ipertesto web
non è privo di conseguenze, e dovrebbe essere maggiormente curato. Lo dico anche
per spingermi ad affinare in futuro il mio lavoro.
Voglio accennare qui, di sfuggita, a un problema
meta-bibliografico. Un universo culturale che fa perno su ciò che è "virtuale",
cioè su ciò che, contrariamente alla tradizione cartacea non viene conservato
in ogni fase della sua tradizione – qui stiamo parlando più che altro della
precarietà dei testi elettronici –, ma spesso viene perduto, sia perché
decade, sia perché viene migliorato, e sostituito da qualcosa di nuovo, è a
mio avviso sintomo del fatto che in questa società il rapporto con la letteratura
e gli altri messaggi scritti, è in notevole crisi. Ciò che viene a essere perduto
è il senso diacronico, storico-evolutivo della organizzazione della memoria
e dei suoi strumenti di conservazione e diffusione. Di questo dovrebbero tenere
conto i docenti di materie letterarie, dalle scuole all’università, quando si
propongono di agevolare il compito dei loro allievi additandogli la "risorsa"
di Internet come propedeutica all’esperienza della letteratura vera e propria.
Esperienza
Il titolo del mio intervento è composito e si
riferisce a due livelli distinti di discorso; e in questo senso è un titolo
volutamente fuorviante. L’alternativa fra fine o inizio dell’esperienza non
è un’alternativa storica reale, né il termine esperienza è relativo al rapporto
fra internet e la letteratura; quanto piuttosto alla letteratura in quanto tale.
Il riferimento quasi obbligato è, anzitutto, alla "fine dell’esperienza"
di cui parla Benjamin in un noto saggio che, prendendo spunto dall’analisi di
un’opera dello scrittore russo Nikolaj Leskov, svolge alcune considerazioni
fondamentali sullo statuto della letteratura in epoca moderna (>Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov,
in Id. Angelus novus, a cura di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-260). Secondo
Benjamin, l’arte del racconto è in crisi nell’orizzonte moderno perché è tramontata
l’autorità dell’esperienza, cioè di quell’essere stati "altrove" che
un tempo sorreggeva l’autorità del narratore nella sua comunità. Questa fine
dell’esperienza, è a mio avviso da porre metaforicamente in relazione con la
fine dell’esperienza della letteratura, in quanto a mio avviso, la letteratura
e l’arte sono delle esperienze umane, delle forme del comportamento, degli spazi
simbolico-rituali che svolgono nelle collettività la funzione di mettere in
crisi e di risolvere sempre sul piano simbolico la presenza dell’uomo, di una
forma determinata di uomo storico, nel mondo. Questa "ritualità" si
va perdendo; ed è un pericolo per l’equilibro delle nostre società, quanto meno
per il loro campo di valori.
Prima ho accennato a quanto i processi di trasformazione
del campo letterario determinati dall’uso delle nuove tecnologie da una parte
siano già il frutto, ma dall’altra siano anche una delle concause dei mutamenti
nel campo dell’esperienza della letteraratura, con sempre minori riferimenti
alla dimensione piscologico-esistenziale e alla sfera etico-comportamentale.
Ciò accade quando alla dimensione soggettiva del critico-interprete si sostituisce
la dimensione oggettiva del testo-macchina.
Scrive Cadioli, riferendosi al critico-lettore
dell’era digitale, che
«egli non sembra dispiegare la propria individuale
sensibilità: l’origine del suo richiamo all’intertestualità avviene ora non
tanto, o non solo, a partire dalla sua immaginazione o dalla sua meditazione,
con il recupero di esperienze vissute o di letture (di tutti i tipi) compiute,
quanto dall’esplicazione di un’intertestualità già sottesa alla struttura ipertestuale
sotto forma di collegamenti resi possibili da pulsanti in evidenza. Il passaggio
tra testi sembra cioè dettato più dalla coazione del gioco dei rimandi che dalla
meditazione suggerita dalla scrittura» (A. Cadioli, Il critico navigante, cit., p. 35)
Risulta dunque abbastanza problematico il tentativo
di ricucire un rapporto fra i discenti e la letteratura tramite l’uso dell’informatica,
cioè con quello strumento per il quale alla letteratura viene sottratto sempre
più spazio soggettivo, relativo all’esperienza della lettura, e consegnato invece
spazio oggettivo, pertinente in maniera coestensiva al testo e alla macchina.
Se l’allievo percepisce che il suo rapporto con il testo si risolve in un problema
tecnico da risolvere e non in un rapporto umano nel quale de re sua agitur,
credo che tenderà ad interessarsi sempre meno di letteratura. Una ricerca in
questo campo non si può esaurire nell’esplorazione delle risorse presenti su
Internet; e chi ha anche minima esperienza di didattica nelle scuole dell’obbligo
sa quanto questo sia già un problema di difficile soluzione da parte degli insegnanti.
Certo, nessuno si sognerebbe di negare qui l’utilità
evidente delle tecnologie informatiche in alcuni studi di tipo filologico e
storico; ma è anche difficilmente negabile come la loro utilizzazione segni
il valico di una esperienza secolare. Dove prima erano la memoria e la psiche
umana a regolare il rapporto con il testo, ora invece è uno strumento "inorganico".
Porre in una relazione di complementarità o di alternatività "fine"
ed "inizio" dell’esperienza letteraria (mi riferisco al titolo del
mio intervento), si giustifica in base al riconoscimento di quanto le nuove
tecnologie mutano nel quadro dei rapporti culturali generalmente intesi; e,
insieme, in base alla necessità di governare quanto più saggiamente possibile
questa fase di trapasso, che non può voler dire idolatria ma uso critico del
mezzo informatico. La qual cosa comporta soprattutto un grado particolarmente
elevato di coscienza nell’operatore, nell’intellettuale della mediazione culturale
e bibliografica. Egli deve aver chiaro che i suoi atti non sono innocenti, non
sono neutrali, ma sono, alla fine, valori; e fanno parte di un universo
simbolico/culturale/cultuale che ha forte radicamento nei processi di trasformazione
delle stesse basi produttive della società.
Prima di avviarmi alla conclusione di questa
parte del mio intervento vorrei sottolineare una cosa curiosa proprio a proposito
di Benjamin; per darvi una dimostrazione concreta di come l’ipertestualità muti
l’esperienza della letteratura. In un sito dell’Università di Derby in Inghilterra,
giorni fa, ho trovato un ipertesto, dal nome "Fragments of the Passagenwerk",
o anche "Arcades Project" (cioè il progetto di un’opera benjaminiana
sui Passages), che riuniva in un punto e sviluppava un coacervo di appunti
e brani di Benjamin attorno ad alcuni suoi lemmi tematici: il Flaneur, il Feuilleton,
il Surrealismo, la Moda, la Prostituta. Una citazione dalla breve introduzione
del sito farà capire meglio il senso dell’operazione:
«The Arcades project went through many kinds
of existence between 1927 and 1939. It never achieved a completed form. What
remains are vast quantities of notes, images, quotes and citations; capable
of being ordered and reordered in endlessly different constellations. This site
is the beginning of an ongoing experiment in just such a reordering, its increasingly
multiple links between material bringing elements into new juxtapositions and
hopefully generating new meanings» (cfr. http://art.derby.ac.uk/~g.peaker/arcades/Passagenwerk.html)
Il montaggio e lo smontaggio casuale o soggettivo
di questi brani porterebbe a nuove costellazioni di senso nel testo disperso
di Benjamin. Diciamo che, da un certo punto di vista, questo ipertesto condurrebbe
a un Benjamin inedito a se stesso. Del tutto fuori luogo in questo caso parlare
ancora di intentio auctoris. A proprosito bisogna ricordare quanto nelle
teorie degli ipertestualisti, come Landow, vi sia spazio per teorici della stregua
di Barthes, Derrida, e Foucault, i quali, ognuno a loro modo, hanno predicato
la morte dell’istanza autoriale, se non – nel caso di Foucault -, dell’uomo
stesso, nientemeno, come forma culturale simbolica. Eppure questa disciplina
nasce sotto l’insegna, a cui molto si tiene, della "Informatica umanistica".
Umanistica! In che senso? La scomparsa dell’autore, come ha dimostrato ultimamente
Carla Benedetti, è la prima frase di un più complessivo necrologio della letteratura
che si sta scrivendo da qualche anno a questa parte (Carla
Benedetti, L’ombra lunga dell’autore. Indagine su una figura cancellata,
Milano, Feltrinelli, 1999). Il senso del termine "umanistica"
accoppiato a "informatica" andrebbe allora, almeno parzialmente, rimodellato.
Mediazione
E veniamo al secondo
termine caratterizzante il titolo. Esso comporta, dal nostro punto di vista
di bibliotecari, un’alta coscienza della responsabilità nel campo della mediazione
politico-culturale. È proprio questa coscienza a caratterizzare il ruolo
del bibliotecario dal punto di vista intellettuale.
Vorrei ora enunciare una tesi che può sembrare,
ma lo è solo apparentemente, estremistica. In un linguaggio molto semplice e
diretto, potremmo dire che "là dove non c’è mediazione non c’è cultura";
poiché la mediazione, attraverso i suoi processi istituzionalizzati, fondati
su relazioni etiche o di interesse, forma l’autorità e l’autorevolezza, senza
le quali non si può concepire un testo scritto o qualsiasi altra forma della
comunicazione come una fonte di conoscenza, sia essa di grado primario (dato)
o secondario (metadato o commento). Si tratta, come al solito, dell’istituzionalizzazione
di convenzioni di lunga durata, alle quali si affiancano, nel tempo, la formazione
e la custodia di competenze specifiche, proprie dell’istituto relativo. Ora,
mi pare che uno dei luoghi comuni – ma possiamo definirlo un vero e proprio
feticcio -, di maggior resistenza contro i quali bisogna battersi a proposito
di Internet è che nel suo ambiente sarebbe praticabile una libertà assoluta
e che attraverso di essa sarebbe possibile fare a meno delle mediazioni istituzionali
per creare e diffondere cultura. Non c’è niente di più falso. I processi attraverso
i quali un sito si promuove a fonte autorevole di informazione, sono quelli
che lo portano da uno stato di anonimato a una condizione di fruibilità collettiva;
e coincidono con l’assegnazione di alcune garanzie di affidabilità che il pubblico
può anche non riconoscere, e sottoporre a critica, ma solo al prezzo di proporre
implicitamente nuove garanzie, nuovi processi, nuovi criteri, che da quel momento
potranno sostituire i precedenti. Ma certo non si può fare a meno della mediazione;
e auspico che anche il mondo della Rete, si doti presto di virtuosi meccanismi
di controllo dell’autorità di questo istituto fondamentale. Là dove non c’è
mediazione non c’è possibilità di rispecchiamento culturale, di condivisione
identitaria, di scambio d’esperienza. Precipitare in questo vuoto di valori
culturali condivisi è il pericolo dal quale Gian Carlo Ferretti consigliava
ai giovani autori di guardarsi, nel caso in cui essi cedano alla facile lusinga
di pubblicare (?) i loro scritti sul Web. Proprio là dove i loro testi dovrebbero
essere pubblicati, cioè vivificati dalla "concretizzazione" dei fruitori,
là i loro testi muoiono, perché culturalmente inoperanti; perché privi, appunto,
di garanzie di mediazione. Nei suoi interventi sul "Manifesto" (Gian Carlo Ferretti, Rete, accogli per favore il mio sfogo poetico, «Il
Manifesto», 17 marzo 2001, p. 22; Esordienti, non cadete nella rete,
ivi, 24 marzo 2001, p. 7; ivi, Quei poeti chiusi a chiave nei loro siti,
7 aprile 2001, p. 18), Ferretti porta l’attenzione su due tipi diversi
di pubblicazioni on-line: il rifugio per autori frustrati dai rifiuti degli
editori, delle riviste, dei premi etc., che spesso ricadono in vecchie logiche
speculative da parte di editori che hanno semplicemente ammodernato vecchie
pratiche; oppure quell’area che ormai sempre più diffusamente ostenta una totale
alternatività rispetto ai circuiti editorial-culturali ufficiali, nei quali
non cerca di inserirsi, ma anzi evita a priori, giudicandoli obsoleti e troppo
compromessi con pratiche ritenute conformistiche. Così facendo, però, non fa
altro che proporre una nuova gerarchizzazione dei valori (come potrebbe essere
diversamente?), una nuova prassi della concezione di autorità, una nuova mediazione.
Il problema è che questa "autorità" è poco autorevole; è in genere
limitata a poche persone (anche uno o due, in genere il/i curatore/i del sito),
in genere prive di competenze specifiche e di relativo cursus studiorum;
mancano, in definitiva, di affidabilità. In questi casi, infatti, il lettore
non dispone di criteri di giudizio, che gli sono invece messi a disposizione
anche soltanto in una normale libreria. Pensiamo ad esempio alle scelte del
libraio (compiute dietro le pressioni dei distributori, certo, ma anche sulla
base dei periodici specializzati in informazione libraria); e, soprattutto,
al paratesto che accompagna un libro. Da quest’ultimo ho l’opportunità di sapere
se un libro che mi attrae è stato edito da un buon editore, oppure no, se sia
stato scritto da un autore con un buon curriculum oppure no, etc. A confronto,
abbiamo invece alcuni siti Web, che non presentano nessuna di queste garanzie.
In uno di essi si è imbattuto Alberto Cadioli. Egli cita il caso di una recensione
al libro di Mario Luzi Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini
sul sito «Penna d’Autore on Line», nella quale l’autore, dopo aver basato il
suo giudizio sulla presunta incomprensibilità del testo e sul fatto che non
ne filtrassero «emozioni», chiudeva con il seguente epifonema:
«Con tutto il rispetto per l’ottantenne poeta,
saggista e drammaturgo, non posso esimermi dal decretare pollice verso. La vera
poesia è altrove»
Del tutto condivisibile il commento di Cadioli:
«Si potrebbe parlare di assoluta democraticità
della rete, dal momento che chiunque può intervenire liberamente, esprimendo
i propri commenti e i propri giudizi critici, e che chiunque può decidere se
leggerli o meno. Tutto questo è assolutamente vero, ma è anche evidente che
la questione, a questo punto, non riguarda tanto la democraticità quanto l’autorità
di una comunità scientifica che non si esprime attraverso le sensazioni individuali.
L’assoluta facilità con cui, in rete, si può creare una comunità interpretante
e diffondere improbabili letture critiche ripropone, da un altro punto di vista
rispetto a quello discusso negli ultimi anni, il dibattito sui "limiti
dell’interpretazione" e, per quanto riguarda la riflessione qui condotta,
la necessità di ripensare alla possibilità di distinguere – così come accade
nell’editoria tradizionale – ambiti diversi di interventi critici e culturali,
ciascuno con propri caratteri e propri obiettivi» (A. Cadioli, Il critico navigante, cit., pp. 138-139)
Certo l’esigenza di una mediazione autorevole
non può oscurare il diritto altrettanto fondamentale dell’utente di essere messo
il più velocemente e direttamente possibile a contatto con l’opera (già: come
se la storia della bibliografia non fosse anche la storia degli equivoci, cioè
della problematicità del contatto di un certo lettore con una certa – versione
– dell’opera ….). Tuttavia l’interrogativo a riguardo è: esiste una offerta
dell’opera diretta, naturale, di grado zero, al di fuori di uno schema bibliografico
che ne rivela l’esistenza e la reperibilità? Non credo. L’esigenza di leggere
un’opera prende sempre corpo all’interno di una cornice bibliografica che predispone
il contatto fra autore e lettore (anche nel caso estremo in cui a segnalarmi
un’opera sia una persona viva, un sogno – è successo – o la sua nuda evidenza
nella bancarella di un bouquiniste). Dunque non esiste un grado zero, naturale
dell’esistenza culturale dell’opera. Essa viene a noi sempre come frutto di
una mediazione e di una operativa messa-in-contatto. Un libro non è sempre mediato
da un altro libro? Se la mia fonte è il Web e il Web è incontrovertibilmente
anche un testo, anzi un ipertesto, anche in questo caso avrò mediazione bibliografica,
se pure nel testo mi ci imbatto per così dire casualmente navigando. In effetti
quell’incontro non è un caso, ma è stato in qualche modo deciso e reso possibile
da precise politiche di mediazione bibliografica che, ad esempio, potrebbero
sostenere un approccio "random" con l’offerta di mercato. Anche in
questo caso, per dirla alla MacLuhan, il mezzo è il messaggio. Da questo punto
di vista, il contatto diretto, assolutamente privo di mediazioni, è una pura
utopia; e lo è appunto nella misura in cui non si può dare alcuna opera intellettuale
degna dell’interesse umano che non diventi tale senza una autorevole opera di
mediazione e di messa in contatto fra l’autore e il pubblico (termini comunque
generici che servono a semplificare una serie di complesse distinzioni di ruolo
nella catena che unisce l’uno all’altro dei due capi di questo processo).
È indubbio allora che nell’approntare uno strumento
di carattere ipertestuale così come quello che oggi presentiamo noi sentiamo
l’obbligo di caricarci della responsabilità etica ed intellettuale dell’organizzazione
di alcuni dati secondo una determinata forma culturale e simbolica, che devono
poi essere rielaborati e riorganizzati funzionalmente, in maniera si spera critica,
dal pubblico. Lo stesso tipo di responsabilità e di coscienza del complesso
ruolo di mediazione attiva svolta nel nostro lavoro speriamo ci sorregga d’ora
in avanti nel mantenerne la funzionalità.
Renato Nisticò
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