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Internet e letteratura: inizio o fine dell'esperienza?

Internet e letteratura: inizio o fine dell'esperienza?

di Renato Nisticò

L’intervento qui riprodotto, consta di due parti. La prima, più aderente a una problematica di tipo bibliotecario, consisterà nella presentazione vera e propria delle pagine dedicate alle "Risorse internet per la letteratura"; la seconda invece, avrà uno sfondo maggiormente teorico e toccherà, in generale, le problematiche relative al rapporto fra l’informatica e lo stato degli studi letterari.

Ia parte: Descrizione delle "Risorse internet per la letteratura" della SNS

La premessa ovvia alla messa in opera di uno strumento come quello che presentiamo oggi pomeriggio, è l’esistenza dello spazio virtuale del Web al quale i bibliotecari, come specialisti della intermediazione biblio-catalografica, non possono più rimanere indifferenti. Alla base di questa nostra impresa c’è dunque un impulso "d’ufficio" (l’adempimento di un dovere al quale si è chiamati), ma anche il desiderio di occupare uno spazio culturale, politico in senso lato, nel campo della mediazione bibliografica e non solo.

La prima impressione è che si stiano creando delle nuove fattispecie nel campo testuale e bibliografico; le quali, proprio perché costituiscono "novità" devono essere affrontate con uno spirito che sia di servizio e critico al tempo stesso.

Un’altra premessa scontata è di tipo organizzativo. Tali strumenti, data la natura specifica dell’ambito nel quale vengono creati, il Web, non possono più rispondere, al pari di analoghi strumenti in campo cartaceo, a criteri di esaustività. Al contrario essi traggono senso proprio dall’essere continuamente in progress, modificati e vivificati dalla tensione convergenti dei gestori e dell’utenza. Da questo punto di vista, sono già abbastanza confortato perché ancora prima che questo sito venisse ufficialmente varato ho ricevuto personalmente sia critiche sia osservazioni (e questo era scontato) sia moltissimi suggerimenti, e questo era meno scontato: il che dimostra che l’interesse di una certa comunità è vivo e conforta il nostro lavoro. Inoltre, significa che ben presto ci troveremo a dover modificare qualcosa nella struttura di queste pagine, proprio sulla spinta di tali osservazioni e suggerimenti. Non c’è dubbio che la qualità di uno strumento del genere si misurerà sulla capacità di tenerlo aggiornato sulle esigenze di un’utenza vasta e variegata.

Passiamo ora alla descrizione della nostra pagine, cui sarà alternata qualche considerazione di carattere più generale.

Descrizione della Collezione di letteratura

Le prima pagina è anzitutto sormontata da una sorta di premessa metodologica:

«Questa pagina intende offrire un approccio iniziale a chi voglia reperire informazioni disponibili sulla Rete telematica in ordine allo studio e alla divulgazione della letteratura italiana e, per complemento, a più generali questioni di critica e teoria letterarie coinvolgenti, di scorcio, anche il settore degli studi comparatistici. […] La pagina si rivolge, in prima istanza, sia agli studiosi esperti della disciplina sia a chi inaugura il suo cursus di studente di letteratura, ma anche, in secondo ordine, alle persone curiose delle risorse e delle nuove opportunità offerte da internet nel campo dello studio, della fruizione e della produzione di letteratura».

Direi che soprattutto quest’ultimo periodo ci può aiutare a entrare nello spirito con il quale le pagine sono organizzate. Da una parte, il necessario focus sull’utenza, che, dato l’ambiente Web, bisogna considerare tipologicamente varia, sia dal punto di vista dello status che da quello dei bisogni; e dall’altro, la non meno fondamentale origine istituzionale del nostro servizio, che è quella di un collegio universitario molto prestigioso, di alto livello formativo. Punto di riferimento obbligato sono dunque gli utenti primari, docenti e discenti della nostra Scuola. Ciò determinerà una sorta di carattere binario di queste risorse, le cui scelte devono essere dettate, in prima istanza, da esigenze istituzionali e dall’altra invece adeguarsi al principio della libera ricerca e della estensione della produzione-ricezione delle risorse internet al di fuori del solo ambiente accademico.

Nella parte generale è anzitutto predisposta una serie di link. Il primo è alla Collezione di Letteratura, nelle cui pagine troviamo una descrizione, ovviamente sommaria, del nostro posseduto. Essa ne mette in luce l’organizzazione per vaste aree disciplinari e di studi. La collezione è ripartita fra un’area riguardante la letteratura in generale, (la sua teoria, gli indirizzi e le metodologie critiche, gli strumenti di base, i manuali retorico-metrici, le enciclopedie e le opere generali in più volumi, le bibliografie e le antologie); e una seconda area concernente la letteratura italiana in particolare, organizzata per autori, seguiti dai saggi critici. All’interno, alcuni link fanno accedere alle informazioni sui tre fondi privati da noi ospitati, cioè quelli di Michele Barbi, di Francesco Flamini e di Paul Oskar Kristeller; e anche all’estrazione dell’elenco, gestibile ipertestualmente, delle riviste di letteratura da noi possedute. Un servizio, questo, curato da Stefania Manzi, coordinatrice del Web di biblioteca, che ha lavorato insieme a me a queste pagine. Dal titolo di ogni periodico ci si può connettere direttamente al record catalografico; realizzando almeno in parte quella integrazione tipica del Web fra rete (con orientamento all’accesso) e catalogo vero e proprio (con orientamento al possesso), di cui in molti stanno parlando in vista di una realizzazione diffusa. Lo ha fatto ad esempio Riccardo Ridi al Convegno sulle "Risorse elettroniche" di Roma del 2001, poi ripreso da Stefania Manzi ed Enrico Martellini (S. Manzi, E. Martellini, Alcune riflessioni in margine al convegno «Le risorse elettroniche», Roma, 26-28 novembre 2001, ora pubblicate in “Archivi & computer”, XI; 3, 2001, pp. 269-281)

Quindi ci si potrà collegare al nostro Catalogo, e a quelli delle biblioteche italiane e straniere ; o più in generale ci si potrà servire degli Strumenti per la ricerca in Internet messi a disposizione sulla pagina Web della Biblioteca. Un link, sempre predisposto dalla collega Manzi, permetterà poi di accedere alle indicazioni bibliografiche, utili a completare le informazioni su queste risorse, suddivise per disciplina. Infine, abbiamo i link a un portale di interesse bibliografico generale come Alice.it : il libro nella rete e a un elenco di Editori italiani in rete.

Veniamo ora alla descrizione delle Risorse vere e proprie, con una piccola premessa generale.

Uno strumento come questo non è nuovo solo per la sua dimensione internettistica. Esso rappresenta anche, come vedremo, una precisa realtà testuale, con specifiche valenze simbolico-culturali. Una delle sue caratteristiche salienti, di nuova fattispecie, è che riunisce in un solo luogo virtuale realtà di fatto diverse: il posseduto (libri fisicamente intesi, ma anche pubblicazioni on-line); le informazioni bibliografiche generali; l’indicazione di strumenti non in linea, come i Cd-rom; il collegamento con altri siti, che in taluni casi riconnettono a specifiche attività, e dunque a persone o enti e alle relazioni fra gli stessi, tutti facenti capo al "campo letterario", per dirla con Bourdieu. Essi rappresentano a loro volta entità diverse: associazioni disciplinari, progetti di ricerca, comunità virtuali, etc. Tanto l’ambiente cui facevano riferimento i vecchi strumenti bibliografici era un luogo chiuso, tendente all’enciclopedia; quanto questo è un luogo aperto, reticolare, tendente semmai alla dispersione entropica.

Eccoci dunque ora al "subject gateway" vero e proprio, se uso correttamente questo termine; il quale ha una sua organizzazione interna.

Per quanto riguarda in generale la scelta dei siti da destinarvi, ho operato con gli ovvi criteri di stabilità, affidabilità e regolarità nell’aggiornamento; seguendo anche, ma con parsimonia, quella che Ridi considera una buona regola d’orientamento, cioè di ritenere affidabili siti verso i quali convergono molti link (Riccardo Ridi, La qualità del web della biblioteca come equilibrio tra forze centrifughe e centripete, «Biblioteche oggi», settembre 2000, pp. 50-61).

Per quanto riguarda invece la gerarchia delle segnalazioni di URL, o meglio la gerarchia delle sezioni nelle quali le ho ordinate, non mi sono lasciato guidare da un criterio preventivo, che non fosse l’orientamento in prima istanza verso l’istituzione e poi verso l’utenza più vasta, come già nelle Premesse, e, inoltre, quella sorta di risorsa aggiunta che mi offriva la personale "competence" in discipline letterarie a livello postuniversitario. Ciò mi potrà consentire di abbozzare anche un rilievo ex post dei criteri, magari inconsci, da me adottatti (esistono sempre dei criteri anche quando si scrive un semplice elenco). Cercherò di commentarli, fra le righe, dal punto di vista delle dinamiche culturali e delle politiche di mediazione bibliografica.

Il criterio in base al quale sono state redatte le didascalie, le brevi informazioni/commenti che accompagnano le URL, non è stato quello di una precisa formalizzazione, riferibile a uno standard descrittivo; esse esprimono piuttosto in forma discorsiva le impressioni salienti suscitati dalla loro visita, e sono state improntate, per quanto è possibile, a sobrietà. Le indicazioni sulla regolarità o sulla cronologia assoluta dell’aggiornamento emergono solo in caso negativo (ovviamente, il fatto che un sito sia presente testimonia del suo obiettivo interesse, dunque anche a prescindere dall’aggiornamento). Le didascalie tentano di non rispecchiare giudizi di valore, per quanto è possibile, ma cercano piuttosto di fornire indicazioni utili all’utente. Per orientarmi attorno al livello della domanda dell’utente potenziale, volendo definirne alcuni tratti identificativi, e non potendo avere dati certi a proposito, ho fatto ricorso a un ibrido presente di certo nella mia mente, una specie di ominide di Frankstein informatico-disciplinare, se così posso esprimermi umoristicamente, le cui caratteristiche si estendono da un grado di scolarizzazione superiore, a una cultura specialistica nelle discipline, con qualche implicita competenza informatico-internettistica.

La mancata definizione di un reale utente di queste pagine (quello che un tempo si sarebbe detto il "suo pubblico") ci porta dritti al problema fondamentale rappresentato dal fatto che non si è ancora formata una vera e propria comunità intellettuale nel Web; e che il rapporto fra le istituzioni, la didattica/ricerca e il Web è ben lungi dall’essere definito. Esso non possiede ancora un suo apprezzabile protocollo, ed è lasciato sostanzialmente ad iniziative per lo più spontanee e volontaristiche. In questa situazione la confusione possibile nel Web fra prodotto di profonda acribia intellettuale e offerta di scarso livello, viene giustamente indicata da Eco come un pericoloso sconvolgimento della geografia mentale nella storia umana ( P. Claesson – K. Billinghurst, Intervista con Umberto Eco: le notizie sono troppe, imparate a decimarle, in «Telèma 4», in rete all’indirizzo: http://www.fub.it/telema//TELEMA4/Telema4.html; citata da Cadioli, p. 139, nota n. 30).

Tuttavia sono rischi che vanno corsi. Direi anzi che essi sono impliciti nell’uso del presente mass-medium, il cui statuto è perfettamente in linea con l’evoluzione postmoderna degli assetti socio-culturali planetari; in riferimento ai quali vogliamo rimarcare soltanto almeno l’abbattimento fra i livelli high-, middle e lowbrow in ambito culturale. Tuttavia da essi ci si può difendere tramite politiche di controllo giudiziosamente rigorose. Allo stato attuale dei fatti era impossibile non rimanere a metà del guado, con un occhio all’istituzione e con l’altra al virtuale sconfinamento della rete.

È stata proprio la natura "centrifuga" del Web, a imporre in qualche modo la scelta di aprire a settori di attività extrauniversitarie (sono presenti ad esempio siti scolastici, o di privati cittadini), come il mondo dell’editoria e della cosiddetta "creatività" all’interno della "Rete". Essa deve essere inteso come uno spazio aperto al continuo modificarsi del campo letterario, al mondo, all’esperienza vissuta o Erlebniss, per usare un termine altisonante: attento cioè a recepire le istanze che emergono dalla società in cui opera quella intellettualità diffusa che è terreno di coltura e di dialettico confronto dell’università stessa. Una "imposizione" in un certo modo stimolante.

Vediamo dunque più da presso qualcuno di questi criteri, rivelabili ex post, che hanno ispirato il disegno dell’"albero" delle risorse.

Ho posto all’inizio i "siti generali" di italianistica italiani, e poi quelli stranieri (dando dunque maggior rilievo a un criterio territoriale, nazionalistico), quindi ho messo i Testi. Non mi pare, questo, un concetto neutro: in verità nasconde un pregiudizio, che evidentemente io stesso coltivo, della maggiore importanza del contesto istituzionale rispetto al presunto oggetto di questi studi: i testi letterari.

Di seguito ho messo i Testi on line. Poi, le riviste, (che sono pubblicazioni miste di testi e di letteratura secondaria); e quindi i siti dedicati ad "Autori classici e ad autori contemporanei". La suddivisione rispetta l’andamento del canone della letteratura italiana diffuso all’estero, dove la nostra "fortuna" letteraria è ancora legata a Dante, Boccaccio, Machiavelli, e pochi altri; oggi magari aggiornata su qualche contemporaneo come Calvino, Pasolini, Eco, Tabucchi . Anche questa fattispecie, contestualizzando i testi in una cornice critico-divulgativa, resta sospesa fra letteratura primaria e secondaria. Non c’è nessuno di questi siti che non sia nato con l’intento, quasi mai sotterraneo, di estendere a un largo pubblico ciò che, nell’ideologia diffusa, risultava chiuso nelle università, nelle scuole, nelle biblioteche, perfino nei libri, che sono stati percepiti in passato come una sorta di bunker e non come agenti della libera circolazione delle idee. L’intento è nobile, ma andrebbe tarato forse su degli standard di affidabilità e di editing meno incerti per il fruitore.

Quindi di seguito abbiamo i "Siti collettivi di autori italiani", "Critica e teoria della letteratura", "Riviste di teoria e critica", "Letterature comparate".

Con queste tre ultime categorie di siti entriamo in un ambito di riflessione attorno alla struttura e ai destini di quello che abbiamo definito il "campo letterario". Non più solo testi, dunque, eventualmente immagliati in cornici di commento, ma riflessioni meta-letterarie. Se ne deduce che anche nel Web c’è spazio per l’aspetto critico, e non solo per la riproduzione testuale. Tuttavia bisogna rimarcare da subito che non c’è in questo campo lo stesso livello di attenzione, di approfondimento, di specializzazione che esiste per il "semplice" rapporto fra strumento elettronico e riproduzione/trasmissione dei testi. Questo gap non mi pare appianato neanche nel mondo delle "liste di discussione", poco calmierate e pronte, soprattutto nel mondo anglosassone, a confondersi con quell’universo ancora così poco esplorato da noi che sono i "cultural studies" nello studio della letteratura, e che presuppongono un abbattimento dei confini disciplinari.

Dalle ultime cose dette potrebbe risultare che, almeno finora, il Web, più che lo spazio di una comunità, si è rivelato essere uno spazio per l’autorità, dove sono prevalse politiche di imposizione del canone etc., in luogo di una libera elaborazione di contenuti nuovi. In tutti questi anni infatti non mi pare che siano venute dal mondo della rete idee nuove per lo studio e la divulgazione della letteratura; idee, in questo campo, "critiche".

Legata alla letterature comparata è la sezione dei "Temi specifici", relativa a quella frontiera della critica contemporanea che è la "thematics" o "thematology" di area anglosassone. Abbiamo quindi "Siti didattici", "Supporti interdisciplinari", "Strumenti per la ricerca", "Fonti", e "Organizzazioni"

Queste ultime sono da considerarsi sezioni di contorno, di nuovo orientate verso l’aspetto istituzionale, per quanto riguarda sia la didattica sia la ricerca sia appunto l’attività specifica di associazioni dedicate alla cura di aspetti particolari delle discipline.

Vengono poi "Letteratura creativa" e "Premi letterari".

In queste ultime sezioni il pendolo oscilla di nuovo verso la sponda testuale, in questo caso fuori dall’ombrello protettivo della tradizione. Con esse entriamo dentro al fenomeno della esplosione della cosiddetta "libera espressività" in Rete, dove il lavoro del mediatore istituzionale si fa infinitamente più difficile perché sconfina spesso con quello della critica militante, e in taluni casi può dare sfogo a semplice declinazione del gusto; sempre perniciosa, per il mediatore bibliografico.

Si può immaginare che forse un giorno si arriverà, se non proprio a formalizzare, quanto meno a confortare di "avvisi ai naviganti, come li definisce Cadioli, le segnalazioni di siti che offrono produzione e consumo di letteratura. Gli stessi istituti universitari ne sono incuriositi: qualche tempo fa una rivista dell’Università di Casino mi aveva proposto di scrivere una sorta di piccola guida sui siti di narrativa e poesia in rete. Segno che c’è un interesse e che si presume possa darsi in un futuro magari neanche troppo lontano una "accademizzazione" del Web.

Per concludere questa prima parte, osserveremo dunque che l’albero informatico di cui consta lo strumento "Risorse internet per la letteratura" in forma di ipertesto, forse per effetto dell’opposizione fra forza centrifuga del Web e forza centripeta dell’organizzazione universitaria, si è venuto disegnando secondo una forse virtuosa alternanza fra testi e ambiti disciplinari, fra istituzioni e spunti critico-tematici; fra conservazione/tradizione e innovazione/creazione .

IIa parte: Considerazioni su internet e letteratura

Comincerò con un ricordo della mia esperienza di dottorando in scienze letterarie. All’Università della Calabria qualche anno fa venne Luca Toschi a presentare quello che allora era da considerare uno dei primi esempi italiani di informatica umanistica applicata e cioè il cd-rom con l’edizione delle opere di Carlo Goldoni. Fra le tante cose detta dal prof. Toschi ce ne fu una che mi colpì molto. Egli giustificava in quella sede il suo ricorso a questi strumenti per una sopraggiunta noia rispetto ai tradizionali metodi di analisi diffusi nell’italianistica. Vediamo, egli disse, se il computer non ha qualcosa da insegnarci, e da suggerirci per rendere più viva la nostra professione.

Era un atteggiamento secondo me sintomatico. Dietro il rapporto fra internet e letteratura c’è un’ansia di rinnovamento della disciplina di studio, come se dall’apporto dello strumento tecnologico possa dipendere una qualità diversa del rapporto di studio. Alla base però mi sembra di poter rintracciare delle cause e una continuità storiche con alcune vicende della disciplina.

Dal punto di vista di un’ecologia della lettura, la fruizione dei testi letterari on line non equivale alla stessa cosa rispetto alla lettura sul cartaceo solo cambiato lo strumento. Quando mi accingo a leggere on line, lo faccio con il presupposto psicologico-culturale di un imprinting tecnologico (di tutto un mondo produttivo e di un apparato tecnico-scientifico), che si traduce in autorità, e che mi sostiene e mi autorizza, appunto, a svolgere l’attività che sto imprendendo. È un dato di fatto che, come avviene per qualsiasi altro settore delle attività umane nel mondo contemporaneo, mi aspetto dalla tecnologia anche una semplificazione/velocizzazione dei miei processi di studio, di lettura, di decodifica dei messaggi. Questa "aspettativa di semplificazione" è condivisa con l’emittente dei messaggi o con l’organizzatore (come ad esempio un curatore di una edizione di testi on line).

La velocità della macchina influisce (asse della quantità) sull’esperienza della lettura (asse della qualità). Essa infatti, come nel caso di un motore di ricerca interno a un’edizione di testi (quella che viene detta la "funzione di analisi" di alcune codifiche di opere e corpus elettronici; ad esempio il DBT creato da Eugenio Picchi), accorcia brutalmente i tempi della lettura della ricerca; e cambia tutti i procedimenti di memoria umani che hanno finora sorretto le operazioni della lettura personale e della lettura critica di un testo. Queste ultime hanno talvolta assegnato una specifica qualità, un’impronta personale, uno stile alle letture (esiste uno stile di lettura oltre che di scrittura) che in qualche caso ha fatto, o ha contribuito enormemente a caratterizzare una determinata voce critica. Si pensi ad esempio al filtro della memoria nei Quaderni dal carcere di Gramsci; ma anche, che ne so, a Mimesis di Auerbach, capolavoro della critica novecentesca, che è stato scritto in una condizione coatta di impossibilità di reperire testi, e dunque basandosi molto sulla funzione ordinatrice della memoria.

I modi in cui la nostra memoria organizza/riorganizza il sapere sono determinati psicologicamente, esistenzialmente e culturalmente. Non sono neutrali, figli della "immacolata concezione", come direbbe Starobinski. Ed è del tutto intuitivo affermare che quanto più si ingrossano le memorie virtuali dei computer, tanto meno saranno attive le memorie individuali/collettive che fino a ieri avevano regolato il funzionamento delle società umane. Non è che la memoria scomparirà, ma verrà delegata ad alcune attività e procedure specifiche, sarà de-antropizzata.

Mi sono sempre chiesto: se digito una stringa sulla LIZ per capire quante volte un certo lemma è legato ad un altro ("cuore" ad "orrore" ad esempio), sono sicuro che in caso di risposta positiva – e dunque nel caso abbia una frequenza numerica in risposta – tutto ciò abbia un significato critico, un significato cioè nel campo di quello che finora abbiamo inteso come critica? Voglio dire: se qualcosa non è supportata dal presupposto della umana esperienza, ma al contrario è filtrato da un qualcosa come un pensiero oggettivo, una psiche della macchina, può dirsi atto critico, critico nel senso che noi abbiamo sempre inteso?

La domanda rinvia naturalmente alla questione della esistenza oggettiva del testo. Secondo le teorie testualiste in auge nella critica letteraria da qualche decennio, il testo non appartiene all’autore (il senso di ciò che ha creato spesso gli sfugge e gli viene sottratto nella interpretazione, soprattutto postuma), né tanto meno al solo lettore ( i teorici del testo guardano con sospetto a quest’eccesso ermeneutico-relativistico oggi così diffuso): il senso appartiene al testo stesso, depositato a un livello oggettivo, e pertanto afferrabile dal procedimento codificato della macchina (inutile ricordare che questi livelli di lettura sono costruzioni intellettuali degli uomini: non esistono davvero nella realtà, esattamente come non esistono "testi" in sé). C’è dunque una chiara continuità fra teoria del testo, che ha improntato la corrente, fino a poco tempo fa egemonica, degli studi strutturalistici e semiotici, e studio informatico della letteratura. Non a caso questa è la seconda volta che, a partire dalla seconda metà del secolo trascorso, gli studi letterari chiedono aiuto alla scienza e alla tecnologia per uscire da una (presunta? davvero importante?) crisi. È successo negli anni Sessanta-Settanta con lo strutturalismo e in seguito con la semiotica; oggi accade con l’informatica.

Tuttavia la situazione oggi non è più questa; e il pendolo della critica letteraria è tornato ad oscillare dalla parte del lettore. L’estetica della ricezione ha messo in luce la fondamentale componente della "concretizzazione" che ogni lettore compie su un testo, quasi come riscrivendolo e attualizzandolo, di sicuro reperendone sensi nuovi alla luce della sua storicità e dei suoi contesti ricettivi. Inoltre, si è sempre più enfatizzato il concetto di "conflitto delle interpretazioni" di un testo; e la pragmatica ha sancito che non esiste una realtà oggettiva del testo, ma un suo continuo ri-uso attualizzante. Non viene più dunque accreditato qualcosa come una inseità del testo, una strutturazione matematizzabile del suo significato, che possa sostituire all’esperienza viva del lettore il procedimento algoritmico della macchina. Anzi, per dirla tutta, non esiste un testo.

È proprio uno studioso di letteratura italiana, un filologo come Raul Mordenti a ricordare che l’informatica umanistica, soprattutto per quanto riguarda l’edizione dei testi, presuppone il passaggio dal concetto di testo unico a quello di insieme di testi, stratificati storicamente, e che stanno dunque in un rapporto l’uno con l’altro come varianti possibili. Scrive Mordenti:

«se il nostro apparato di virtualità, interfer[isce] di continuo ed in modo sempre diverso (ma sempre rigoroso) con i diversi testi critici, ciò non porta forse il movimento del diasistema-lettura nel cuore stesso del testo, spingendoci a contraddire e contrastare la sua invocata fissità (se non a dubitare della sua esistenza?)» (Raoul Mordenti, Oltre il gesto della moglie di Lot: esperienze e proposte di uso dell’informatica per l’edizione critica, in Récit et informatique , citato in Alberto Cadioli, Il critico navigante. Saggio sull’ipertesto e la critica letteraria, Genova, Marietti, 1998, p. 44, nota n. 60)

Come s’inserisce il bibliotecario in quanto intellettuale della mediazione bibliografica in questo tipo di processi suggeriti dalle nuove tecnologie?

Anzitutto, credo che dovremmo abituarci a leggere questi processi, nel nostro piccolo, un po’ come hanno fatto i grandi storici del libro, penso a uno Chartier o a un Darnton, con la storia dell’editoria nel corso dei secoli; chiedendoci cioè quali siano i presupposti e le conseguenze culturali di quelli che noi troppo spesso siamo portati a considerare quasi meri atti burocratici. Cosa, e in che senso, stiamo coadiuvando a cambiare? Concordiamo con questi processi?

Certo, qualcosa cambia. Ad esempio, secondo Ridi (e credo che abbia ragione) gli hyperlink mettono in crisi le consolidate distinzioni fra la bibliografia, il catalogo e la collezione. Si creano non solo nuove fattispecie testuali e iper-testuali, ma si modificano anche secolari processi istituzionali. Si offrono nuovi strumenti; ma si riscrivono pure consolidate gerarchie all’interno dei protocolli che presiedono alla strutturazione dei saperi. Sulla spinta della tecnologia, cambiano i nostri parametri mentali; che a loro volta influenzeranno le domande e i bisogni cui la tecnologia deve rispondere.

Avviene, nel nostro caso, ciò che prima non era dato, con il solo ausilio dello strumento cartaceo. Come abbiamo già detto, nel nostro "virtual reference desk" non troviamo solo l’aspetto bibliografico-catalografico ma anche quello repertoriale: oltre a cataloghi (testi che mediano altri testi) abbiamo testi nella loro veste diretta, ed illustrazioni di specifiche attività umane, come nel caso delle organizzazioni che si occupano di determinati temi. Inoltre rimandiamo a nostra volta a "subject gateways", a "portali" dall’architettura molto complessa e sofisticata, come Alice che, come in un gioco di scatole cinesi, permettono l’accesso ad altri ambiti e documenti del mondo culturale. Per orientarci minimamente, potremmo utilizzare la bipartizione di Francesca Tomasi, che ha curato la parte di informatica umanistica di un recente manuale di filologia italiana. Ella sostiene a ragione che nel nel Web e talvolta in uno stesso "subject gateway" possiamo distinguere monografie ipertestuali ed archivi digitali (cfr. Francesca Tommasi, La rete della filologia. L’edizione digitale e le banche date testuali: una rete per l’italianistica, in: B. Bentivogli, Paola Vecchi Galli, Filologia italiana, Milano, Bruno Mondadori, 2002).. In una stessa conformazione (iper-)testuale troviamo così riunite due fattispecie culturali finora distinte.

La forma del repertorio elettronico modifica dunque qualcosa nell’universo della ricerca bibliografica e della organizzazione testuale dei metadati bibliografici, e nella soggiacente forma mentale che vi attende. Direi che la caratteristica saliente dell’"ipertesto bibliografico" risieda principalmente in quel riunificare in unico punto (quasi nella simultaneità) ciò che era dislocato spazio-temporalmente. Rimane tuttavia ancora valida la regola per cui questi processi, come tutto al mondo, continuano ad accadere cronologicamente, in una successione-dispersione di spazi-tempi. Ciò che residua inevitabilmente dal precedente universo testuale è che anche una pagina Web è, in fin dei conti, lineare come un repertorio cartaceo, nel quale l’Indice ( i vari tipi di Indice, da quello generale-sommario a quello per nomi luoghi e cose notevoli) ha svolto finora la funzione di Find propria del mezzo informatico. L’apporto delle nuove tecnologie non si spinge dunque fino a rendere privo di valore, ad esempio, uno dei principi-cardine dei precedenti ordinamenti culturali, e cioè la gerarchia. Come abbiamo visto, nel progettare la struttura di una pagina di risorse come la nostra, si pongono inevitabilmente problemi di gerarchizzazione. Disporre i vari elementi delle pagine nell’ordine di scorrimento dei tasti del mezzo informatico non è solo un fatto meramente visivo, ma direi etico-funzionale. Come forse precedentemente soltanto nel caso della "bibliografia ragionata", qui sono costretto a valutare criticamente i dati a disposizione, tramite un’azione (anteporre, posporre) che ha sicuramente valore, o meglio, una valenza di tipo culturale. Probabilmente esisteranno studi statistici su questo, ma mi pare di poter dire in base alla mia esperienza di navigatore che di un sito si consultano, si leggono, si "vedono" soprattutto i lemmi superiori (nel senso fisico ma anche logico, della struttura ipertestuale). Per cui, il principio di organizzazione gerarchico-lineare dell’ipertesto web non è privo di conseguenze, e dovrebbe essere maggiormente curato. Lo dico anche per spingermi ad affinare in futuro il mio lavoro.

Voglio accennare qui, di sfuggita, a un problema meta-bibliografico. Un universo culturale che fa perno su ciò che è "virtuale", cioè su ciò che, contrariamente alla tradizione cartacea non viene conservato in ogni fase della sua tradizione – qui stiamo parlando più che altro della precarietà dei testi elettronici –, ma spesso viene perduto, sia perché decade, sia perché viene migliorato, e sostituito da qualcosa di nuovo, è a mio avviso sintomo del fatto che in questa società il rapporto con la letteratura e gli altri messaggi scritti, è in notevole crisi. Ciò che viene a essere perduto è il senso diacronico, storico-evolutivo della organizzazione della memoria e dei suoi strumenti di conservazione e diffusione. Di questo dovrebbero tenere conto i docenti di materie letterarie, dalle scuole all’università, quando si propongono di agevolare il compito dei loro allievi additandogli la "risorsa" di Internet come propedeutica all’esperienza della letteratura vera e propria.

Esperienza

Il titolo del mio intervento è composito e si riferisce a due livelli distinti di discorso; e in questo senso è un titolo volutamente fuorviante. L’alternativa fra fine o inizio dell’esperienza non è un’alternativa storica reale, né il termine esperienza è relativo al rapporto fra internet e la letteratura; quanto piuttosto alla letteratura in quanto tale. Il riferimento quasi obbligato è, anzitutto, alla "fine dell’esperienza" di cui parla Benjamin in un noto saggio che, prendendo spunto dall’analisi di un’opera dello scrittore russo Nikolaj Leskov, svolge alcune considerazioni fondamentali sullo statuto della letteratura in epoca moderna (>Walter Benjamin, Il narratore. Considerazioni sull'opera di Nicola Leskov, in Id. Angelus novus, a cura di Renato Solmi, Torino, Einaudi, 1960, pp. 235-260). Secondo Benjamin, l’arte del racconto è in crisi nell’orizzonte moderno perché è tramontata l’autorità dell’esperienza, cioè di quell’essere stati "altrove" che un tempo sorreggeva l’autorità del narratore nella sua comunità. Questa fine dell’esperienza, è a mio avviso da porre metaforicamente in relazione con la fine dell’esperienza della letteratura, in quanto a mio avviso, la letteratura e l’arte sono delle esperienze umane, delle forme del comportamento, degli spazi simbolico-rituali che svolgono nelle collettività la funzione di mettere in crisi e di risolvere sempre sul piano simbolico la presenza dell’uomo, di una forma determinata di uomo storico, nel mondo. Questa "ritualità" si va perdendo; ed è un pericolo per l’equilibro delle nostre società, quanto meno per il loro campo di valori.

Prima ho accennato a quanto i processi di trasformazione del campo letterario determinati dall’uso delle nuove tecnologie da una parte siano già il frutto, ma dall’altra siano anche una delle concause dei mutamenti nel campo dell’esperienza della letteraratura, con sempre minori riferimenti alla dimensione piscologico-esistenziale e alla sfera etico-comportamentale. Ciò accade quando alla dimensione soggettiva del critico-interprete si sostituisce la dimensione oggettiva del testo-macchina.

Scrive Cadioli, riferendosi al critico-lettore dell’era digitale, che

«egli non sembra dispiegare la propria individuale sensibilità: l’origine del suo richiamo all’intertestualità avviene ora non tanto, o non solo, a partire dalla sua immaginazione o dalla sua meditazione, con il recupero di esperienze vissute o di letture (di tutti i tipi) compiute, quanto dall’esplicazione di un’intertestualità già sottesa alla struttura ipertestuale sotto forma di collegamenti resi possibili da pulsanti in evidenza. Il passaggio tra testi sembra cioè dettato più dalla coazione del gioco dei rimandi che dalla meditazione suggerita dalla scrittura» (A. Cadioli, Il critico navigante, cit., p. 35)

Risulta dunque abbastanza problematico il tentativo di ricucire un rapporto fra i discenti e la letteratura tramite l’uso dell’informatica, cioè con quello strumento per il quale alla letteratura viene sottratto sempre più spazio soggettivo, relativo all’esperienza della lettura, e consegnato invece spazio oggettivo, pertinente in maniera coestensiva al testo e alla macchina. Se l’allievo percepisce che il suo rapporto con il testo si risolve in un problema tecnico da risolvere e non in un rapporto umano nel quale de re sua agitur, credo che tenderà ad interessarsi sempre meno di letteratura. Una ricerca in questo campo non si può esaurire nell’esplorazione delle risorse presenti su Internet; e chi ha anche minima esperienza di didattica nelle scuole dell’obbligo sa quanto questo sia già un problema di difficile soluzione da parte degli insegnanti.

Certo, nessuno si sognerebbe di negare qui l’utilità evidente delle tecnologie informatiche in alcuni studi di tipo filologico e storico; ma è anche difficilmente negabile come la loro utilizzazione segni il valico di una esperienza secolare. Dove prima erano la memoria e la psiche umana a regolare il rapporto con il testo, ora invece è uno strumento "inorganico". Porre in una relazione di complementarità o di alternatività "fine" ed "inizio" dell’esperienza letteraria (mi riferisco al titolo del mio intervento), si giustifica in base al riconoscimento di quanto le nuove tecnologie mutano nel quadro dei rapporti culturali generalmente intesi; e, insieme, in base alla necessità di governare quanto più saggiamente possibile questa fase di trapasso, che non può voler dire idolatria ma uso critico del mezzo informatico. La qual cosa comporta soprattutto un grado particolarmente elevato di coscienza nell’operatore, nell’intellettuale della mediazione culturale e bibliografica. Egli deve aver chiaro che i suoi atti non sono innocenti, non sono neutrali, ma sono, alla fine, valori; e fanno parte di un universo simbolico/culturale/cultuale che ha forte radicamento nei processi di trasformazione delle stesse basi produttive della società.

Prima di avviarmi alla conclusione di questa parte del mio intervento vorrei sottolineare una cosa curiosa proprio a proposito di Benjamin; per darvi una dimostrazione concreta di come l’ipertestualità muti l’esperienza della letteratura. In un sito dell’Università di Derby in Inghilterra, giorni fa, ho trovato un ipertesto, dal nome "Fragments of the Passagenwerk", o anche "Arcades Project" (cioè il progetto di un’opera benjaminiana sui Passages), che riuniva in un punto e sviluppava un coacervo di appunti e brani di Benjamin attorno ad alcuni suoi lemmi tematici: il Flaneur, il Feuilleton, il Surrealismo, la Moda, la Prostituta. Una citazione dalla breve introduzione del sito farà capire meglio il senso dell’operazione:

«The Arcades project went through many kinds of existence between 1927 and 1939. It never achieved a completed form. What remains are vast quantities of notes, images, quotes and citations; capable of being ordered and reordered in endlessly different constellations. This site is the beginning of an ongoing experiment in just such a reordering, its increasingly multiple links between material bringing elements into new juxtapositions and hopefully generating new meanings» (cfr. http://art.derby.ac.uk/~g.peaker/arcades/Passagenwerk.html)

Il montaggio e lo smontaggio casuale o soggettivo di questi brani porterebbe a nuove costellazioni di senso nel testo disperso di Benjamin. Diciamo che, da un certo punto di vista, questo ipertesto condurrebbe a un Benjamin inedito a se stesso. Del tutto fuori luogo in questo caso parlare ancora di intentio auctoris. A proprosito bisogna ricordare quanto nelle teorie degli ipertestualisti, come Landow, vi sia spazio per teorici della stregua di Barthes, Derrida, e Foucault, i quali, ognuno a loro modo, hanno predicato la morte dell’istanza autoriale, se non – nel caso di Foucault -, dell’uomo stesso, nientemeno, come forma culturale simbolica. Eppure questa disciplina nasce sotto l’insegna, a cui molto si tiene, della "Informatica umanistica". Umanistica! In che senso? La scomparsa dell’autore, come ha dimostrato ultimamente Carla Benedetti, è la prima frase di un più complessivo necrologio della letteratura che si sta scrivendo da qualche anno a questa parte (Carla Benedetti, L’ombra lunga dell’autore. Indagine su una figura cancellata, Milano, Feltrinelli, 1999). Il senso del termine "umanistica" accoppiato a "informatica" andrebbe allora, almeno parzialmente, rimodellato.

Mediazione

E veniamo al secondo termine caratterizzante il titolo. Esso comporta, dal nostro punto di vista di bibliotecari, un’alta coscienza della responsabilità nel campo della mediazione politico-culturale. È proprio questa coscienza a caratterizzare il ruolo del bibliotecario dal punto di vista intellettuale.

Vorrei ora enunciare una tesi che può sembrare, ma lo è solo apparentemente, estremistica. In un linguaggio molto semplice e diretto, potremmo dire che "là dove non c’è mediazione non c’è cultura"; poiché la mediazione, attraverso i suoi processi istituzionalizzati, fondati su relazioni etiche o di interesse, forma l’autorità e l’autorevolezza, senza le quali non si può concepire un testo scritto o qualsiasi altra forma della comunicazione come una fonte di conoscenza, sia essa di grado primario (dato) o secondario (metadato o commento). Si tratta, come al solito, dell’istituzionalizzazione di convenzioni di lunga durata, alle quali si affiancano, nel tempo, la formazione e la custodia di competenze specifiche, proprie dell’istituto relativo. Ora, mi pare che uno dei luoghi comuni – ma possiamo definirlo un vero e proprio feticcio -, di maggior resistenza contro i quali bisogna battersi a proposito di Internet è che nel suo ambiente sarebbe praticabile una libertà assoluta e che attraverso di essa sarebbe possibile fare a meno delle mediazioni istituzionali per creare e diffondere cultura. Non c’è niente di più falso. I processi attraverso i quali un sito si promuove a fonte autorevole di informazione, sono quelli che lo portano da uno stato di anonimato a una condizione di fruibilità collettiva; e coincidono con l’assegnazione di alcune garanzie di affidabilità che il pubblico può anche non riconoscere, e sottoporre a critica, ma solo al prezzo di proporre implicitamente nuove garanzie, nuovi processi, nuovi criteri, che da quel momento potranno sostituire i precedenti. Ma certo non si può fare a meno della mediazione; e auspico che anche il mondo della Rete, si doti presto di virtuosi meccanismi di controllo dell’autorità di questo istituto fondamentale. Là dove non c’è mediazione non c’è possibilità di rispecchiamento culturale, di condivisione identitaria, di scambio d’esperienza. Precipitare in questo vuoto di valori culturali condivisi è il pericolo dal quale Gian Carlo Ferretti consigliava ai giovani autori di guardarsi, nel caso in cui essi cedano alla facile lusinga di pubblicare (?) i loro scritti sul Web. Proprio là dove i loro testi dovrebbero essere pubblicati, cioè vivificati dalla "concretizzazione" dei fruitori, là i loro testi muoiono, perché culturalmente inoperanti; perché privi, appunto, di garanzie di mediazione. Nei suoi interventi sul "Manifesto" (Gian Carlo Ferretti, Rete, accogli per favore il mio sfogo poetico, «Il Manifesto», 17 marzo 2001, p. 22; Esordienti, non cadete nella rete, ivi, 24 marzo 2001, p. 7; ivi, Quei poeti chiusi a chiave nei loro siti, 7 aprile 2001, p. 18), Ferretti porta l’attenzione su due tipi diversi di pubblicazioni on-line: il rifugio per autori frustrati dai rifiuti degli editori, delle riviste, dei premi etc., che spesso ricadono in vecchie logiche speculative da parte di editori che hanno semplicemente ammodernato vecchie pratiche; oppure quell’area che ormai sempre più diffusamente ostenta una totale alternatività rispetto ai circuiti editorial-culturali ufficiali, nei quali non cerca di inserirsi, ma anzi evita a priori, giudicandoli obsoleti e troppo compromessi con pratiche ritenute conformistiche. Così facendo, però, non fa altro che proporre una nuova gerarchizzazione dei valori (come potrebbe essere diversamente?), una nuova prassi della concezione di autorità, una nuova mediazione. Il problema è che questa "autorità" è poco autorevole; è in genere limitata a poche persone (anche uno o due, in genere il/i curatore/i del sito), in genere prive di competenze specifiche e di relativo cursus studiorum; mancano, in definitiva, di affidabilità. In questi casi, infatti, il lettore non dispone di criteri di giudizio, che gli sono invece messi a disposizione anche soltanto in una normale libreria. Pensiamo ad esempio alle scelte del libraio (compiute dietro le pressioni dei distributori, certo, ma anche sulla base dei periodici specializzati in informazione libraria); e, soprattutto, al paratesto che accompagna un libro. Da quest’ultimo ho l’opportunità di sapere se un libro che mi attrae è stato edito da un buon editore, oppure no, se sia stato scritto da un autore con un buon curriculum oppure no, etc. A confronto, abbiamo invece alcuni siti Web, che non presentano nessuna di queste garanzie. In uno di essi si è imbattuto Alberto Cadioli. Egli cita il caso di una recensione al libro di Mario Luzi Viaggio terrestre e celeste di Simone Martini sul sito «Penna d’Autore on Line», nella quale l’autore, dopo aver basato il suo giudizio sulla presunta incomprensibilità del testo e sul fatto che non ne filtrassero «emozioni», chiudeva con il seguente epifonema:

«Con tutto il rispetto per l’ottantenne poeta, saggista e drammaturgo, non posso esimermi dal decretare pollice verso. La vera poesia è altrove»

Del tutto condivisibile il commento di Cadioli:

«Si potrebbe parlare di assoluta democraticità della rete, dal momento che chiunque può intervenire liberamente, esprimendo i propri commenti e i propri giudizi critici, e che chiunque può decidere se leggerli o meno. Tutto questo è assolutamente vero, ma è anche evidente che la questione, a questo punto, non riguarda tanto la democraticità quanto l’autorità di una comunità scientifica che non si esprime attraverso le sensazioni individuali. L’assoluta facilità con cui, in rete, si può creare una comunità interpretante e diffondere improbabili letture critiche ripropone, da un altro punto di vista rispetto a quello discusso negli ultimi anni, il dibattito sui "limiti dell’interpretazione" e, per quanto riguarda la riflessione qui condotta, la necessità di ripensare alla possibilità di distinguere – così come accade nell’editoria tradizionale – ambiti diversi di interventi critici e culturali, ciascuno con propri caratteri e propri obiettivi» (A. Cadioli, Il critico navigante, cit., pp. 138-139)

Certo l’esigenza di una mediazione autorevole non può oscurare il diritto altrettanto fondamentale dell’utente di essere messo il più velocemente e direttamente possibile a contatto con l’opera (già: come se la storia della bibliografia non fosse anche la storia degli equivoci, cioè della problematicità del contatto di un certo lettore con una certa – versione – dell’opera ….). Tuttavia l’interrogativo a riguardo è: esiste una offerta dell’opera diretta, naturale, di grado zero, al di fuori di uno schema bibliografico che ne rivela l’esistenza e la reperibilità? Non credo. L’esigenza di leggere un’opera prende sempre corpo all’interno di una cornice bibliografica che predispone il contatto fra autore e lettore (anche nel caso estremo in cui a segnalarmi un’opera sia una persona viva, un sogno – è successo – o la sua nuda evidenza nella bancarella di un bouquiniste). Dunque non esiste un grado zero, naturale dell’esistenza culturale dell’opera. Essa viene a noi sempre come frutto di una mediazione e di una operativa messa-in-contatto. Un libro non è sempre mediato da un altro libro? Se la mia fonte è il Web e il Web è incontrovertibilmente anche un testo, anzi un ipertesto, anche in questo caso avrò mediazione bibliografica, se pure nel testo mi ci imbatto per così dire casualmente navigando. In effetti quell’incontro non è un caso, ma è stato in qualche modo deciso e reso possibile da precise politiche di mediazione bibliografica che, ad esempio, potrebbero sostenere un approccio "random" con l’offerta di mercato. Anche in questo caso, per dirla alla MacLuhan, il mezzo è il messaggio. Da questo punto di vista, il contatto diretto, assolutamente privo di mediazioni, è una pura utopia; e lo è appunto nella misura in cui non si può dare alcuna opera intellettuale degna dell’interesse umano che non diventi tale senza una autorevole opera di mediazione e di messa in contatto fra l’autore e il pubblico (termini comunque generici che servono a semplificare una serie di complesse distinzioni di ruolo nella catena che unisce l’uno all’altro dei due capi di questo processo).

È indubbio allora che nell’approntare uno strumento di carattere ipertestuale così come quello che oggi presentiamo noi sentiamo l’obbligo di caricarci della responsabilità etica ed intellettuale dell’organizzazione di alcuni dati secondo una determinata forma culturale e simbolica, che devono poi essere rielaborati e riorganizzati funzionalmente, in maniera si spera critica, dal pubblico. Lo stesso tipo di responsabilità e di coscienza del complesso ruolo di mediazione attiva svolta nel nostro lavoro speriamo ci sorregga d’ora in avanti nel mantenerne la funzionalità.

Renato Nisticò

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